Eventi in archivio

NATHANIEL MARY QUINN

St. Marks

 

Opening 5 Novembre, ore 18.30

5 Novembre 2016 – 12 Gennaio 2017

 

Luce Gallery è lieta di annunciare la mostra personale St. Marks dell'artista americano Nathaniel Mary Quinn.

In mostra una serie di nuovi ritratti, dipinti figurativi su carta, che, ad un primo sguardo, appaiono collage data la frattura delle diverse parti della composizione, meticolosamente rappresentata con un iperrealismo atto a creare questa illusione.

Non si comprende bene se i ritratti vengano costruiti o scomposti. Nathaniel Mary Quinn di fatto trae ispirazione da diverse immagini e non nasconde di assemblarle in un'unica composizione, quasi a voler significare che in ognuno di noi esistono diverse sfaccettature della nostra personalità che, insieme, ne formano il carattere. Alla fine compare un solo ritratto di ricerca pseudo-cubista, che evidenzia la potenza dell'espressione artistica.

Il lavoro di Quinn è autobiografico e se nelle mostre personali che ha tenuto alla Rhona Hoffman Gallery di Chicago e a PACE Gallery di Londra, i riferimenti erano al suo passato vissuto nei ghetti di Chicago, oggi si riferisce alla realtà del quotidiano, con ritratti di persone che egli incontra a Brooklyn, dove vive e lavora.

La narrazione incontra la sua personale inventiva ricca di immagini, a volte grottesche o mostruose, ispirate dal ritrovamento di fotografie in riviste o fumetti. Ma se la fonte di ispirazione è dunque sempre presente, il dipinto viene svolto in modo indipendente nelle singole parti, quasi a voler frammentare l'immagine, in un continuo contrasto tra quanto è nitidamente dipinto e quanto rimane sfocato.

ALESSANDRO BULGINI

Opera Viva Barriera di Milano, corso Giulio

19 ottobre – 13 novembre

Il manifesto di Alessandro Bulgini che inaugura il 19 ottobre in piazza Bottesini chiude idealmente il percorso disegnato dal progetto Opera Viva Barriera di Milano nell’arco di questi sei mesi. Un gesto semplice e un simbolo potente: l’artista si carica sulle spalle il suo amico Jacob, giovane musicista originario della Guinea, e insieme attraversano corso Giulio Cesare, l’asse che taglia longitudinalmente il quartiere. Un asse che collega senza soluzione di continuità il centro benestante ed europeo della città a questa zona di confine assordante e meticcia, uno dei posti più contemporanei che si possano immaginare e abitare.

 L’opera – l’opera viva – consiste in questo gesto semplice e fondamentale, che dice il sostegno, la solidarietà, la fraternità, l’uguaglianza. E la visione per il futuro di un Paese e di un continente. Il riconoscimento dell’altro è la definizione di se stessi, coincide con la costruzione della propria identità: a patto che, come l’arte che la orienta, questa esperienza non afferisca a un “tempo libero” sganciato dalla normalità ma che diventi parte integrante della nostra vita quotidiana.

 Bulgini prosegue la sua ricerca: creare una forma con l’aria, con la strada, con l’esistenza – e una forma che condivida la medesima condizione informe, instabile, incerta e mutevole. Nel fare questo l’opera stessa si annulla, e al tempo stesso si completa, si dissolve perché appare in tutta la sua potenza ed energia dispiegata momentaneamente, è semplicemente nell’umanità di rapporti che si stabiliscono volta per volta, che faticosamente si costruiscono e si disfano.

La linea del tram tutta dritta punta a un orizzonte che non arriva mai.Passeggiando sul confine, dunque, si imparano un sacco di cose sul posto invisibile e inavvicinabile che chiamiamo casa.Con quest’opera si conclude la programmazione di che ha visto esposti in piazza Bottesini i lavori di Zanbagh Lotfi (31 maggio – 27 giugno), Andrea Mastrovito (29 giugno – 27 luglio), Aryan Ozmaei (31 luglio - 30 agosto), Saul Melman (5 - 30 settembre) e Gian Maria Tosatti (5 – 30 settembre), opere che parlano al quartiere e con il quartiere, diventando reali esempi di arte pubblica.


 

DEREK FORDJOUR

 

Agency & Regulation

 

Opening 7 Ottobre, ore 18.30

7 Ottobre – 2 Novembre 2016

 

 

Il lavoro di Fordjour parte dall'esplorazione del “game-ification” nelle strutture sociali, ovvero l'identificarsi nel gioco o nello sport, e l'inerente vulnerabilità dell'individuo in questo contesto. Fordjour è cresciuto all’interno delle segregazioni razziali legalizzate a Memphis, Tennesse, e vede nello sport la possibilità di riscatto per chi ha dovuto subire ingiustizie, ma anche una struttura e dei codici troppo rigidi di cui alla fine l’atleta paga il peso.

In molti casi, l’atleta, protagonista dei suoi quadri e spesso in uniforme, che appare forte ed invincibile, viene buttato nell'arena dove lotta di fronte al pubblico oltre le sue forze; egli è vulnerabile ed apre le proprie ferite allo sviluppo del gioco stesso, diventando egli stesso sostituibile, posseduto dall'estabilishment della squadra e responsabile di fronte a loro.

L'esperienza ed il confronto di queste idee aprono il lavoro di Fordjour ad una più ampia possibilità di ricordo delle sue personali ansie, come artista, come uomo Afro-Americano, soggetto esposto a varie forme di ostilità ed incertezze. In questo momento, quasi di cristallizzazione, la memoria dell'artista torna al tempo in cui in giovinezza ha compreso le ingiustizie delle disparità razziali compiendo una semplice analogia con le regole dello sport, per cui se le stesse non sono corrette, per quanto l'atleta possa giocare bene ed impegnarsi, egli non potrà mai vincere, come un bambino nero- Derek Fordjour - nell'eterna battaglia contro i segni dell'inferiorità. Questo simbolo di ingiustizia implica complessi problemi sociali in una narrativa artistico-allegorica.

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