Galleria Franco Noero Archivi - emanuelabernascone.com https://emanuelabernascone.com/tag/galleria-franco-noero/ l'arte di comunicare l'arte Mon, 16 Nov 2020 10:11:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.10 Jason Dodge a Casa Scaccabarozzi https://emanuelabernascone.com/jason-dodge-a-casa-scaccabarozzi/ Mon, 02 Nov 2020 14:31:20 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17172 Jason Dodge They lifted me into the sun and packed my empty skull in cinnamon...

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Jason Dodge

They lifted me into the sun and packed my empty skull in cinnamon

Casa Scaccabarozzi (piano terra)

29 ottobre, 2020 – 12 dicembre, 2020

They lifted me into the sun again and packed my skull with cinnamon è una mostra in edizione di sei esposta contemporaneamente in sei diverse sedi tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre. Gli spazi espositivi partecipanti al progetto sono Galleria Franco Noero (Torino), Gilles Drouault galerie/multiples (Parigi), MORE publishers with Gevaert Editions (Bruxelles), Guimaraes (Vienna), Akwa  Ibom (Atene), and Gern en Regalia (New York).

Ad ogni spazio sono state inviate dall’artista delle precise istruzioni per l’allestimento, insieme ad una lista di specifici oggetti tra cui 20 poster pubblicitari della marca Bayer Aspirin, un volantino per il ritrovamento di un animale smarrito, petali di calendula, batterie, forchette, elementi in tessuto e una lista della spesa.

Il set di istruzioni inviato dall’artista si traduce in un dialogo improvvisato di differenti pratiche, altri corpi e manualità. La poetica stessa della mostra è animata attraverso una serie di scelte simili al coinvolgimento di un traduttore nell’interpretare il testo di una poesia. In ogni iterazione di questa mostra Dodge ha infatti chiesto a dei sostituti di eseguire l’allestimento. La ballerina e coreografa Alix Eynaudi ha composto una partitura da seguire per la composizione di ogni mostra. Non correlato alla casualità, ma aperto all’interpretazione, il progetto si lega alla pratica di Dodge di invitare amici e colleghi a prestare titoli e testi alle sue mostre che in questo caso però sottintende ad un movimento più libero, aprendosi ad una conversazione con gli elementi.
Un’improvvisazione frutto di una partitura condivisa dall’artista Giorgio Griffa che ha interpretato le istruzioni specifiche attraverso un’installazione risultante in un incontro unico tra due poetiche forti e distintive. Giorgio Griffa ha accettato l’invito di Jason Dodge con estrema generosità e ha dedicato grande cura, grazia e lucidità nel leggere e interpretare il suo lavoro.

Il nuovo progetto di Jason Dodge è in mostra al piano terra di Casa Scaccabarozzi – lo storico edificio di Alessandro Antonelli detto anche Fetta di Polenta – che per una volta ancora torna ad essere galleria fino al 12 dicembre 2020. La mostra è visibile esclusivamente attraverso due finestre dell’edificio da Via Giulia di Barolo a Torino.

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La mostra di Sam Falls nel nuovo spazio open air alla Galleria Franco Noero https://emanuelabernascone.com/17162-2/ Tue, 22 Sep 2020 14:51:34 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17162 La mostra di Sam Falls ospitata per la prima volta nei nuovi spazi open air della galleria.

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Sam Falls
Tongues in Trees, Books in B
rooks, Sermons in Stones

Tongues in Trees, Books in Brooks, Sermons in Stones, la terza personale di Sam Falls alla Galleria Franco Noero. In relazione con alcune delle caratteristiche che contraddistinguono il lavoro dell’artista – il rapporto con la natura, con gli agenti atmosferici e come poter utilizzare i loro effetti quale parte del processo creativo – la nuova mostra  si articola sia all’interno in Via Mottalciata che all’esterno, inaugurando il nuovo spazio espositivo, un giardino situato in un ex sito industriale a pochi passi dalla sede centrale.

Una nuova serie di lavori trovano la loro espressione nell’utilizzo di tecniche che simultaneamente diventano cifra distintiva dell’opera dell’artista e la completano aggiungendo un certo grado di imprevedibilità: dai quadri realizzati en plein air con pigmenti secchi che si sciolgono sulla tela per opera di agenti atmosferici come pioggia e umidità, alla costa di stoffa di copertine di libri sbiadite dalla luce del sole, piatte ‘spine dorsali’ assemblate a parete in gamme di colori in progressione o in netto contrasto; dalle fotografiche stampate su tela, nelle quali all’istantaneo fermo immagine del reale si sovrappone il dinamismo guizzante di un ordito astratto, un impasto di fotogrammi mescolati a pennellate all over di brillanti colori ad olio, alle ceramiche smaltate che portano impresse sulla loro superficie le tracce colorate di fiori e di piante incastonate negli incavi di travi di ferro a doppio T.

Ad accompagnare la mostra un testo appositamente scritto dall’artista, l’introduzione sicuramente più appropriata per essa, poetica e ispirata.

Lo scheletro della nostra gabbia toracica e le vene di una foglia sono insieme struttura di sostegno e fonte di salute. Un bel dipinto può rispecchiare la fissità quieta e la bellezza di una pianta; la pianta, se presa a soggetto, narra di un luogo e può ispirare il processo con il quale si crea arte. Le forme di un corpo possono raccontare molte storie e la relazione tra due corpi all’interno di un unico piano può delineare i termini di un racconto. Dopo aver trascorso innumerevoli ore a osservare intensamente la natura, a toccare le piante, a scomporre le varie dimensioni del paesaggio per poterle contenere in una sola, sono riuscito a cogliere l’essenza di una pianta, a capire qualcosa di più riguardo all’immobilità e alla vita, alla creazione e alla morte. A volte, dopo aver campeggiato e lavorato all’aperto per diverse notti nei boschi dove fa freddo, dopo aver mangiato tutto il cibo che avevo ed essermi rimasta solo dell’acqua ma ancora molte ore di lavoro per finire un dipinto, sento le mie ossa irrigidite e fiaccate mentre la mia mente come xilema e floèma trasmette pensieri cristallini e strutturati, incorrotti dal mondo circostante. A volte è difficile immaginare cos’altro potrebbe essere necessario se non i nostri corpi e le piante agli estremi come fermalibri e lo spazio della natura nel mezzo. Le nostre spine dorsali sorreggono l’infinito e il momentaneo, come la costa di un libro o lo stelo di un fiore -la nostra spina dorsale contiene in sé il sistema nervoso centrale come anche la coscienza dei racconti che abbiamo letto- del tempo e dello spazio. I nostri corpi crescono riassestandosi continuamente, invecchiano e danno vita, ma muoiono? Le parole custodite nelle pagine di un libro chiuso sono vittime dell’era della meccanica quantistica e, come ogni sistema quantistico, fluttuano fino a quando non gli si presta attenzione. Le parole, come le cellule nei nostri corpi, creano significanze, traducono il tempo in idee e con il passare del tempo queste idee cambiano. La copertina di un libro può esprimere il tempo, comunicare idee che estendono la loro durata nei secoli. Come in un albero, c’è una bellezza innata, semplice e misteriosa nella copertina consunta di un libro non letto, qualcosa di sincero ed eterno, come le parole nascoste al suo interno.

Sam Falls, febbraio 2020

Sam Falls
Tongues in Trees, Books in Brooks, Sermons in Stones
22 settembre 2020 – 16 gennaio 2021
Galleria Franco Noero
Via Mottalciata 10/B, Torino
www.franconoero.com

 

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THE MILKY WAY https://emanuelabernascone.com/the-milky-way/ Thu, 23 Jan 2020 10:59:59 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17155 Pianoterra Onlus festeggia la quinta edizione del progetto e ringrazia i quasi 200 artisti che...

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Pianoterra Onlus festeggia la quinta edizione del progetto e ringrazia i quasi 200 artisti che vi hanno partecipato dal 2014 ad oggi

Preview per la stampa il 5 febbraio dalle 12 alle 16. Opening: 6 febbraio 2020 dalle 12 alle 21. La mostra resterà aperta venerdì 7 dalle 10 alle 16

Artisti a sostegno delle donne in gravidanza, delle neomamme, dei bimbi piccoli in contesti di marginalità e disagio. In una mostra di raccolta fondi a cura di Damiana Leoni.

PER SCARICARE LE IMMAGINI: https://bit.ly/2Tn8RPv

Torna il 6 febbraio 2020 (dalle 12 alle 21) e il 7 febbraio (dalle 10 alle 16); preview per la stampa il 5 febbraio dalle 12 alle 16;  The Milky Way, una mostra di raccolta fondi di massimo tre giorni promossa da Pianoterra Onlus a cura di Damiana Leoni. Dopo le quattro tappe precedenti che si sono svolte a Napoli, città protagonista nell’anno 2014 presso la Galleria Lia Rumma; a Roma, presso la galleria Studio SALES per l’edizione 2015; a Milano da Giò Marconi nel 2016; The Milky Way Foto a Napoli di nuovo presso Lia Rumma nel 2018 con un progetto dedicato alla fotografia, The Milky Way approda a Torino presso la Galleria Franco Noero nella sede di Piazza Carignano 2, luogo evocativo con il suo cortile interno che richiama le atmosfere del progetto.

La mostra si ispira infatti al tema Interno/Inner. Ma come è questo interno? “È comodo? Confortevole? Protettivo? Ricorda magari il primo “interno” conosciuto, il ventre materno. Suoni attutiti e rassicuranti, primo tra tutti il battito regolare di un cuore, quello del corpo che ci contiene. Un interno morbido, ovattato, niente sbalzi di temperatura, niente traumi, niente privazioni di cibo o acqua. Lo spazio giusto, né troppo grande né troppo piccolo, perfetto per farci crescere dentro un essere umano. O forse è stretto? Compresso? Contratto? Cosa succede in uno spazio così? Cosa succede in un interno che non protegge ma comprime, che non culla ma contrae? Se quell’interno non basta a far respirare, ad aprire e a sciogliere, ma al contrario irrigidisce, ostacola, spegne… cosa succede?”, spiega la curatrice Damiana Leoni.

A ragionare su questo tema saranno i tanti artisti che hanno scelto di sostenere Pianoterra Onlus: Isabel Barber, Pierre Bismuth, Manuele Cerutti, Claudia Comte, Matteo Cordero, Sara Enrico, Jason Dodge, Jos de Gruyter & Harald Thys, Nathalie Du Pasquier, Petra Feriancova, Francesca Ferreri, Shay Frisch, Naoki Fuku, Martino Gamper, Silvia Giambrone, Teresa Giannico, Rodrigo Hernández, Sebastiano Impellizzeri, Eva Kot’átková, KIKKO, Renato Leotta, Tamara MacArthur, Daniele Milvio, Ignasi Monreal, Lulù Nuti, Marco Palmieri, Pietro Pasolini, Federico Pietrella, Benedetto Pietromarchi, Caterina Pini, Andrea Respino, Lili Reynaud-Dewar, Yves Scherer, Enrico Tealdi, Rirkrit Tiravanija e Tomas Vu, Grazia Toderi, Giovanni Vetere, Peter Wächtler.

La missione di The Milky Way (dove la “Via Lattea” è anche metafora della pluralità di voci e di sguardi coinvolti) è da sempre quella di dare voce, con un grande progetto che privilegia la creatività contemporanea, ad una buona causa. Negli scorsi anni il ricavato della vendita delle opere è andato a favore delle famiglie più vulnerabili di Napoli, Roma e province per rispondere ai bisogni primari delle madri in difficoltà e per costruire con loro percorsi articolati di sostegno, ascolto, cura e formazione professionale. Acquistando un’opera della mostra The Milky Way si potrà fare parte di un percorso, aperto a tutti coloro che vorranno sostenere le attività di Pianoterra Onlus. La pubblicazione che racconta la mostra è realizzata da CURA.

Pianoterra Onlus interviene al fianco delle famiglie più vulnerabili nei quartieri più difficili, concentrandosi soprattutto sulle mamme e sui bambini, nella convinzione che migliorando le condizioni di partenza di una vita si possa spezzare quel circolo vizioso che vede il disagio trasmettersi da una generazione all’altra. Con i suoi progetti offre alle donne in gravidanza, alle neo-mamme e ai loro piccoli uno spazio di accoglienza, ascolto e sostegno, e costruisce con ciascuna persona un percorso di accompagnamento personalizzato, fatto di incontri con specialisti della salute materno-infantile, consulenze psico-educative, momenti ludico-ricreativi da trascorrere con altre mamme e con i bambini, bilanci di competenze e corsi professionalizzanti. L’obiettivo è sempre quello di lenire i bisogni più urgenti – quelli materiali, o le emergenze – e fare in modo che ciascuna possa ritrovare fiducia in se stessa e nelle proprie risorse, ed esprimere le proprie potenzialità e i propri talenti. Sul sito www.pianoterra.net maggiori informazioni sui tanti progetti che Pianoterra Onlus attua a Napoli e a Roma e che sarà possibile sostenere acquistando una delle opere in mostra.

5 febbraio, dalle 12 alle 16 preview per la stampa
6 febbraio 2020 (dalle 12 alle 21)
7  febbraio (dalle 10 alle 16)
Galleria Franco Noero
Piazza Carignano 2, Torino
www.franconoero.com
Ingresso libero
A cura di Damiana Leoni
Promosso da Pianoterra Onlus

SPONSOR:
PoderNuovo a Palazzone

Mediapartner: CURA
Info:
Pianoterra Onlus
Giusy Muzzopappa [email protected]
www.pianoterra.net
Lorena Stamo: [email protected]
Damiana Leoni: [email protected]
+39  06 64871120
+39 3400716353

Press: Santa Nastro media relations. + 39 3201122513 [email protected]

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DARREN BADER | INTERLUDE https://emanuelabernascone.com/darren-bader-interlude/ Tue, 16 Jul 2019 07:27:41 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17080 Darren Bader inaugura INTERLUDE, terza personale alla Galleria Noero

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La Galleria Franco Noero inaugura il 16 luglio Interlude, terza personale di Darren Bader con la galleria e la sua prima mostra concepita per gli spazi di Piazza Carignano 2.

Le stanze settecentesche della galleria diventano deposito per una varietà di elementi complementari, ready-made e oggetti quotidiani, raccolti dall’artista durante il corso degli anni. Bader interroga in modo indistinto, talvolta semplicisticamente, il significato/contesto degli oggetti utilizzati sperando che il pubblico ne rielabori un senso strettamente estetico, discutibilmente letterario e inevitabilmente filosofico.

Darren Bader è stato uno degli artisti selezionati dal curatore Ralph Rugoff per la 58. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia May You Live In Interesting Times  L’artista ha sviluppato per l’occasione un’opera in realtà aumentata intitolata Scott Mende’s VENICE!, il cui raggio d’azione copre le corderie dell’Arsenale, il Padiglione Centrale e alcune specifiche location della città di Venezia, aggiungendo un ulteriore nota di realtà alla città lagunare, luogo già saturo di informazioni storico ed estetiche e visitato da milioni di turisti ogni anno.

Darren Bader (Bridgeport, CT, 1978) vive e lavora a New York. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali fra le quali ricordiamo: ‘(@mined_out)’, Museo Madre, Napoli (2017); ‘Meaning and Difference’, The Power Station, Dallas (2017); light (and) regret; ‘The World as Will and Representation; Final Fantasy’, Kölnischer Kunstverein, Cologne (2015); ‘Reading Writing Arithmetic, Radio Athènes’, Athens (2015); ‘Where is A Bicycle’s vagina (and Other Inquiries) or Around the Samovar’, 1857, Oslo (2012); ‘Images’, MoMA PS1, New York (2012). Tra le mostre collettive: ‘Pizza is God’, NRW-FORUM, Düsseldorf (2018); Stories of Almost Everyone, Hammer Museum, Los Angeles (2018); ‘Acordo de confiança’, Biblioteca Mario de Andrade, San Paolo (2017); ‘.COM/.CN’, presented by K11 Art Foundation and MoMA PS1, K11 Art Foundation Pop-up Space, Hong Kong (2017); ‘Ripple Effect’, Centre for Contemporary Art FUTURA, Praga (2017); ‘Videobox’, Carreau du Temple, Parigi (2017); Art Museum, K11 Art Mall, Shanghai (2017); ‘Dreamlands (Screenings)’, Whitney Museum of American Art, New York (2017); ‘Fluidity’, Kunstverein in Hamburg, Amburgo (2016); Political Populism’, Kunsthalle Wien, Vienna (2015); ‘Antigrazioso’, Palais de Tokyo, Paris (2013); ‘Something About a Tree’, FLAG Foundation, New York (2013); ‘Empire State’, Palazzo delle Esposizioni, Roma (2013); Oh, you mean cellophane and all that crap, The Calder Foundation, New York (2012); Greater New York, MoMA PS 1, New York (2010); To Illustrate and Multiply: An Open Book, Museum of Contemporary Art, Los Angeles, (2008). Ha partecipato a mostre internazionali e biennali, tra cui: 58. Biennale di Venezia, Venezia (2019); 13th Biennale de Lyon, La vie moderne, Lyon (2015); The Whitney Biennial, The Whitney Museum of Contemporary Art, New York (2014). Nel 2013 è stato insignito del Calder Prize.

Piazza Carignano 2, 10123 Torino
martedì – sabato 12.00 – 20.00
www.franconoero.com

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INTERLUDE | DARREN BADER https://emanuelabernascone.com/interlude-darren-bader/ Wed, 10 Jul 2019 15:43:00 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17077 Alla Galleria Franco Noero il 16 luglio inaugura Interlude, terza personale di Darren Bader con...

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Alla Galleria Franco Noero il 16 luglio inaugura Interlude, terza personale di Darren Bader con la galleria e la sua prima mostra concepita per gli spazi di Piazza Carignano.

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Galleria Franco Noero @Art Basel https://emanuelabernascone.com/galleria-franco-noero-art-basel/ Wed, 05 Jun 2019 11:04:56 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17064 L'articolo Galleria Franco Noero @Art Basel proviene da emanuelabernascone.com.

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GABRIEL SIERRA https://emanuelabernascone.com/gabriel-sierra/ Wed, 05 Jun 2019 09:50:58 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=17057 La Galleria Franco Noero ha il piacere di ospitare per la prima volta una mostra personale di Gabriel Sierra, con una nuova serie di opere realizzate per l’occasione ed esposte negli spazi di Via Mottalciata.

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SUBITO DOPO L’OGGETTO PIÙ DISTANTE

28 maggio – 28 settembre 2019

Galleria Franco Noero, Torino

La Galleria Franco Noero ha il piacere di ospitare per la prima volta una mostra personale di Gabriel Sierra, con una nuova serie di opere realizzate per l’occasione ed esposte negli spazi di Via Mottalciata.

Il titolo della mostra cita metaforicamente un’espressione comunemente usata dagli astronomi per definire la misura degli oggetti del cosmo più distanti sinora scoperti, tenendo anche in considerazione che l’universo tende costantemente ad espandersi. Una maniera per catturare ed esprimere l’energia del momento e allo stesso tempo un tentativo di immaginare cosa viene dopo, al di là di quanto già conosciuto. Si può dire che questo sia lo stesso impulso che muove l’artista a dare forma materiale all’idea del presente cercando di fare il passo successivo, suggerire qualcosa che si trovi più avanti, anticipando quello che sarà.

In analogia con quanto sopra si potrebbe definire la creatività come una speciale condizione umana che dipende da archetipi cosmici, sin dall’inizio della civilizzazione, e in aggiunta a questo, la produzione di oggetti da parte dell’artista una tattica di negoziazione sul linguaggio e sulle nozioni di narrazione – funzione – realtà.

Il gruppo di opere concepito per la mostra, che siano oggetti di nuova costruzione oppure ‘ready-made’ alterati, vive di slittamenti linguistici, di inversioni e negligenze funzionali, in modo che vengano messi in discussione i modi consueti di presentazione delle opere d’arte all’interno di gallerie o spazi museali, tendendo invece a in-vestire gli oggetti di qualità che possono associarsi al momento che preceda il loro divenire ‘finiti’, quel momento a cui fa seguito la loro definitiva presentazione negli spazi a loro deputati, utilizzando materiali associabili a quei medesimi luoghi.

The Sun After National Geographic” è un inaspettato capovolgimento di piani, una capriola nello spazio e nella percezione di 180 gradi: gli elementi in gesso di un contro soffitto modulare, ordinati in sequenza e sorretti da un’impalcatura di legno di impeccabile funzionalità e disegno, incontrano lo sguardo frontalmente e non al di sopra della testa, si isolano come brano a sé interrompendo la loro caratteristica di immutata e ripetuta continuità, come fossero un quadro privato delle sue qualità più immediatamente riscontrabili. Anche la faccia dei pannelli che è necessariamente nascosta alla vista nel loro uso consueto, il loro rovescio, si presenta e si mostra al pari del fronte raddoppiando l’orizzonte percettivo, da rovescio a dritto.

Gli elementi costitutivi di un soffitto, e l’idea consolidata che si ha di esso, da immateriale e ininterrotto piano limite di un involucro, diventano invece partizione attiva del volume da quest’ultimo individuato. L’oggetto elude la sua funzione guadagnandone una differente, generando sorpresa e trasformando l’ovvio in inconsueto, la norma in un suo ambiguo equivalente, la sua definizione in qualcosa di transitorio che amplifica le sue qualità spazio temporali.

How to control the view of a room any kind of days III” si attesta sullo stesso crinale, suggerisce l’imprevisto, traducendo il definitivo in momentaneo: un muro di partizione di cospicue dimensioni, del genere di quelli usati nei Musei per le mostre temporanee, poggia curiosamente su due transpallets collocati ai suoi estremi, come fossero dei fermalibri. Seppure non si abbia certezza se questo possa accadere o meno, i due transpallets rendono comunque la mole del muro possibilmente mobile, sollecitando l’opportunità di sovvertire costantemente la percezione e la relazione con il volume che circonda l’oggetto, rendendolo anche strutturalmente precario, indeterminato, come la sua posizione.

“Untitled, vitrine (The habitual distance)” tenta di definire, come dichiarato dal suo titolo, i confini tra il fuori e il dentro: una vetrina composta di moduli assemblabili, un’impalcatura di ferro chiusa in basso e in alto da pannelli di legno e di lato da larghi riquadri di vetro trasparente, è completamente permeabile e attraversabile dallo sguardo. Essa mima uno degli oggetti espositivi più comuni – la vetrina – ma riducendo con reticenza ed efficacia i suoi elementi costitutivi, la sospende in un limbo temporale non ben definito, lasciando che l’attenzione si concentri sulla sua funzione di limite ambiguo e che compaia come elemento sdrucciolo, manchevole, nello stato in cui avrebbe forse potuto presentarsi poco prima dell’apertura di una mostra.

Elementi in scala minore ma di uguale importanza sono accuratamente giustapposti agli altri lungo il percorso espositivo. Poggiati su tavoli pieghevoli, un paio di proiettori Kodak sono privati dei loro tradizionali caroselli a ciambella per diapositive, sostituiti da elementi in onice uguali per forma ma sicuramente differenti nella materia, nel peso e nel tempo a cui appartengono. Tautologicamente l’immagine proiettata a muro, generata dall’immaterialità della luce, è la fotografia della faccia a vista della pietra di onice, che ci suggerisce qualcosa di familiare ma al contempo un universo incognito.

Sa di misterioso, di un tempo geologicamente lontano anche l’aspetto di alcuni blocchi di marmo disseminati nelle varie stanze della galleria. I lati, non levigati, trasmettono una solida gravità, mentre la superficie superiore lucida nasconde una trama aliena alle venature più o meno sottili dei blocchi lapidei. In controluce e diagonalmente scorrono blocchi di lettere serigrafate che si ripetono, che guardando bene, rivelano la frase ‘Made in Jupiter’: nuovamente un paradosso e uno scarto linguistico che media tra l’abitudine alla presenza del marchio di provenienza su alcuni prodotti e un luogo invece del tutto improbabile, cosmicamente incognito e lontano, da cui le pietre potrebbero essere giunte a noi, o da dove forse arriveranno in futuro.

“L’apertura del cubo”, unico lavoro video presente in mostra, nasce dall’idea di una performance mai realizzata da Sierra, in cui l’artista aveva previsto di irrompere nell’edificio che avrebbe ospitato una sua mostra attraverso una finestra e, dopo aver mangiato un cubo di gelatina al cui interno era custodita la chiave di accesso all’edificio, avrebbe aperto con essa la porta d’ingresso permettendo ai visitatori di entrare, dando inizio al vernissage.

Contrariamente a quanto pianificato il video, girato in 35 mm, gioca ancora una volta su un doppio registro, sfruttando la dualità opposta di caratteristiche della gelatina, solida ma tremolante e sempre sull’orlo di rompersi, trasparente ma viscosa, e nella cui massa molle è imprigionata una chiave. Nel video il blocco di gelatina poggia su un vassoio di bianco smaltato, mosso prima con lentezza e cautela e poi più energicamente dalle mani dell’artista, fino al momento in cui la sua massa potrebbe frantumarsi, quando invece le immagini svaniscono in dissolvenza.

Gabriel Sierra
Subito dopo l’oggetto più distante
29 maggio – 28 settembre 2019
Galleria Franco Noero, Via Mottalciata 10b, Torino
lunedì e sabato 15 – 19 dal martedì al venerdì 11 – 19

Link per scaricare le installation views crediti fotografici Sebastiano Pellion di Persano

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ROBERT MAPPLETHORPE https://emanuelabernascone.com/robert-mapplethorpe-2/ Tue, 26 Feb 2019 07:09:49 +0000 https://emanuelabernascone.com/?p=16563 Robert Mapplethorpe 26 febbraio - 20 aprile 2019 Galleria Franco Noero, Torino

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26 febbraio – 212 maggio 2019

Galleria Franco Noero, Torino

Dal 26 febbraio al 12 maggio la Galleria Franco Noero ospita la terza personale di Robert Mapplethorpe, negli spazi di via Mottalciata e in collaborazione con The Robert Mapplethorpe Foundation.
E’ una magnifica occasione per esplorare la poliedricità di un artista come Mapplethorpe, di immergersi nella sua opera ed esperire le molteplici e inusuali prospettive da lui indicate con le sue fotografie, che continuano a consumare uno scarto al di là dall’esaurirsi, ancora in costante e pertinente dialogo con l’attualità e, allo stesso tempo, in continuità/discontinuità con la storia e con il passato.
La selezione di fotografie in mostra a Torino, in un evocativo equilibrio con la qualità post-industriale degli spazi della Galleria analoga a quelli vissuti come luogo di vita e di lavoro da Mapplethorpe e dai suoi coetanei, si propone di guardare a quegli aspetti che incarnano lo zeitgeist di un periodo, il suo svolgersi frenetico e la necessità di attraversare il tempo con una volontà di sperimentazione camaleontica, volta con una divorante curiosità a superare i limiti stessi del proprio tempo e che si spezza all’improvviso, in maniera del tutto prematura, in coincidenza con la scomparsa di Mapplethorpe nel 1989, e con lui di un’intera generazione.
La mostra si apre in maniera inusuale con una foto a colori, su un prato all’aria aperta, con l’Arcivescovo di Canterbury seduto a colloquio su una panchina, un’immagine che potrebbe far affiorare subliminalmente l’educazione religiosa di Mapplethorpe, oltre che suggerire una certa passione per la pittura inglese di paesaggio.
La volontà di affermare la propria identità e un carismatico modo di imporsi sono il tema di una serie di ritratti degli anni immediatamente successivi, scattati con cruda immediatezza su pareti bianche non uniformi, senza fondale da studio, senza nessun ritocco o artificio, cogliendo con nettezza la personalità, il modo di apparire, e, a volte, di provocare tramite la loro sola presenza. 
Per contrasto a seguire, delle immagini degli anni ’80 completamente costruite in studio, corpi femminili senza testa sospesi su un fondo bianco uniforme, i contorni morbidi e soffusi, nell’esaltazione edonistica della perfezione e della cura del corpo tipica di quegli anni, nel culto della palestra non come luogo in cui si formano gli atleti ma in cui invece si scolpiscono i muscoli. Una lunga sequenza modulata di opere giocate sulla gamma dei grigi, meno contrastata, permette di spaziare in molte delle direzioni di ricerca dell’artista: sensualità, sesso, movimento, torsione, ieraticità nella posa e ricerca di espressività.
Ancora un’immagine a colori di una moneta a fare da interpunzione per introdurre una serie di foto di oggetti in argento massiccio che coniugano i bagliori di un risplendente trionfo cerimoniale ad una statica solennità, seguiti letteralmente dall’immagine di un maestro di cerimonie colto nella compunta attesa di esercitare cortesie per gli ospiti, moderno Caronte sulla soglia di una brasserie newyorchese.
Una serie di foto di un gruppo musicale rockabilly coglie in anticipo alcuni tratti distintivi dell’identità sociale attuale come coprirsi il corpo di tatuaggi, all’epoca simbolo evidente di trasgressività e anticonformismo, che tale resta nei ritratti, a dispetto della presente consuetudine con il marchiare il proprio corpo.
Una scelta di ritratti di volti con contrasto bianco e nero più accentuato, presi di fronte, gli occhi che guardano direttamente chi scatta la foto e, di conseguenza, lo spettatore, mira a carpire e rivelare la personalità di chi posa e trasmetterne il fascino, che siano personaggi noti o meno. Deliberatamente, nel corso di tutta la mostra, la fama di alcuni dei personaggi, tratto inconfutabile e naturale fonte di attrazione, non è mai enfatizzata, nel tentativo di non rendere prevalente uno solo degli aspetti che Mapplethorpe vuole comunicare rispetto agli altri: in questa maniera, da un punto di vista compositivo, una zucca equivale a un corpo nudo, una serie di argenti a un maître di ristorante, corpi color ebano a quelli di un pallore latteo, nudi sensuali a nature morte, un artista a un piatto di rane.

Robert Mapplethorpe (New York 1946 –Boston, MA 1989), ha studiato disegno, pittura e scultura al Pratt Institute di Brooklyn, per poi iniziare una carriera come artista e fotografo che lo ha portato ad esporre il suo lavoro in una innumerevole serie di mostre personali nelle Istituzioni di tutto il mondo, a partire dalla prima grande retrospettiva dedicatagli dal Whitney Museum of American Art di New York nel 1988, un anno prima della sua morte. Nello stesso anno Mapplethorpe ha dato vita alla Fondazione che porta il suo nome, dedicata a promuovere la fotografia, dare supporto ai Musei che la espongono, e a raccogliere fondi per la ricerca medica contro l’AIDS e contro le malattie ad esso correlate. Il lavoro dell’artista è presente nelle collezioni dei maggiori Musei internazionali e la sua importanza storica e sociale continua ad essere oggetto di rilevanti mostre personali nel mondo. Oltre alle due mostre correnti in Musei italiani, un’importante retrospettiva, a seguito di quelle recenti sempre negli Stati Uniti presso il LACMA e il Getty Museum di Los Angeles, è attualmente dedicata all’artista dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York.Robert Mapplethorpe
26 febbraio – 12 maggio 2019
Inaugurazione 26 febbraio ore 18
Galleria Franco Noero
Via Mottalciata 10b, Torino
dal martedì al venerdì 11 – 19
lunedì e sabato 15 – 19
www.franconoero.com

Per scaricare le immagini e le didascalie:

https://www.dropbox.com/sh/vvp9ctcvklgva85/AACutFO2-qeRNG0f1RYz0N7La?dl=0

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